La distruzione del territorio

26 Aprile 2023
distruzione del territorio

Nella foto qui sopra vediamo una ferita. Non sanguina, ma crea dolore in ciascuno ami il proprio territorio come tutti noi che ci siamo schierati con lo Storico Ribelle. Questa strada, scavata con mezzi meccanici sproporzionati, spaccata nell’alpeggio più bello delle valli del Bitto (e quindi, forse, del mondo) è comparsa, tra il lusco e il brusco, lo scorso autunno. Dove porta? Da nessuna parte. Nessun rifugio, nessuna diga, nessuna casèra viene servita. Il suo unico scopo, motivo d’investimento di N. soldi dei contribuenti (non conta quanti, son comunque troppi!), è raggiungere la cima della magnifica Alpe Trona Soliva, a 2200 m, con il trattore, carico di mangimi e trainante il carro mungitore. Ecco a cosa porta la politica dei numeri a ogni costo e del cieco asservimento della politica locale ai consorzi industriali: alla distruzione del territorio. Ora, sebbene accusati di trogloditismo, nemmeno noi siamo così accecati da romantiche nostalgie da voler negare a dei poveri pastori moderni qualche comodità nello svolgere le proprie pesanti mansioni; proprio per ciò riteniamo che questi obbrobri edilizi (e ce ne sono decine nelle nostre valli!) vadano contro gli stessi interessi dei produttori, dei turisti e dei contribuenti. Investimenti sbagliati che creano vantaggi ristretti e temporanei. 

Sappiamo già tutti che la grandezza dello Storico Ribelle, unico erede della Storia del Bitto, non sta solo nella bontà oggettiva del formaggio -non è il solo!-, ma soprattutto nel suo contesto più unico che raro. Quella del Bitto è una storia di fatica e sofferenza, vista dall’interno, ma che si traduce nel più autentico idillio tra conservazione dell’ambiente e bisogni dell’uomo, cura del paesaggio che ha un beneficio concreto nell’attività economica retrostante. La difesa dell’erba di cui Paolo Ciapparelli si è fatto Capitano riguarda proprio questo: sin da tempi dimenticati -aggiungerei non a caso dimenticati…dagli industriali!- il casaro del Bitto sapeva con esattezza che valeva la pena investire sulla qualità dell’erba per migliorare la qualità del formaggio, questo perché negli erti pascoli delle valli del Bitto non c’era modo di portare fieni o mangimi dal fondovalle. Questo finché si è privilegiata l’armonia dei numeri con la storia. Poi è arrivato il Bitto Dop, che ha un altro fine: aumentare i numeri rompendo l’armonia, complice un tragico errore di posizionamento del prodotto d’alpeggio in una fascia di mercato inadeguata. Il prezzo: scavare una strada atta a portare un carro mungitore a 2200m. Le alternative? Siamo ormai nel 2022, i costi di costruzione e manutenzione di una strada di quelle dimensioni, oltretutto mal progettata, in un territorio così fragile, sono immensamente superiori a qualunque altro investimento in animali da soma, impianti a fune, mezzi a motore leggeri, voli di elicottero, tenendo anche presente che nel mondo dell’agricoltura di montagna vengono annualmente sperperati milioni di €uro, sempre di provenienza pubblica, come contributi a fondo perduto e senza giustificativo. 

Chiudo con un’ulteriore nota amara: ormai scriviamo sui social in quanto canale che ci può dare un pubblico mondiale, lo facciamo perché a livello locale sembra che il tema della salvaguardia ambientale, per il resto del mondo ormai centrale, sia soltanto un fastidioso ostacolo sulla via del progresso. Noi crediamo che non sia così! Sappiamo di non essere i soli.

– Carlo Mazzoleni

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