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Paolo Ciapparelli racconta:
Spezzeremo le reni… Viva la Grecia!

15 Febbraio 2023
casera storico ribelle

Come anticipato nell’introduzione ai quesiti, lo Storico Ribelle è diventato un movimento d’opinione. Curioso e per me stimolante che un formaggio non sia più solo cibo, ma anche momento di riflessione. I prossimi quesiti approfondiranno sempre di più questo aspetto, e scusatemi se sarò obbligato a essere  meno sintetico (Lo Storico d’altronde mi ha insegnato che per riflettere occorre più tempo), e forse più “ribelle”. Per difendere l’integrità di un formaggio – per dirla come Carlin Petrini – abbiamo compiuto un vero e proprio atto agricolo buono, pulito e giusto.

Questo, il nostro, è uno strano Paese, per la verità lo è sempre stato. Dirà qualcuno: “cosa c’entra il Paese Italia con un formaggio?” C’entra, c’entra. Anche le piccole cose sono influenzate e tante volte condizionate da situazioni più grandi, più conosciute perché più appariscenti. Ho dovuto modificare per ben tre volte il nome Bitto, formaggio con 2000 anni di storia (prima Bitto Valli del Bitto, poi Bitto Storico, infine Storico Ribelle), per cercare di preservare la continuità storica, costretto da chi avrebbe dovuto tutelarlo.

A partire dai comuni locali di riferimento, più su la Provincia, più giù la Regione, e infine molto più giù lo Stato. Tutti troppo lontani. Alleati concordi non interessati ai valori di questa antica storia d’alpeggio, ma ossessionati solamente dai contributi europei e anche clientelari – chissenefrega se si stravolge il disciplinare di produzione, chissenefrega se si annientano le razze autoctone per assecondare la fame dell’agroindustria, con lo scopo di produrre di più per tentare di realizzare di più-. Dico tentare, perché dopo trent’anni si è fallito anche su quello; basta guardare un post di qualche settimana fa sulla differenza di prezzo tra Bitto dalla carta rossa e Storico Ribelle, e non affondo sul differente prestigio acquisito negli anni. Incapacità, arroganza, e chi più ne ha più ne aggiunga, senza timore di sbagliare, da parte di chi comanda, e con la complicità dei media, anche di quelli “bravi”. Mi costringono a cambiare canale su Rai Storia o su Crozza quando voglio vedere qualcosa di serio in televisione. Prima sorridevo, oggi mi infastidisco, e credo che abbiate capito che parlo per me, ma spero anche per altri. 

Veniamo dunque alla Grecia: più di 35 anni fa, prima della nascita della DOP del Bitto, sono andato in vacanza con un gruppo di amici di Morbegno, e famiglie al seguito, a Parga, piccolo paese greco vicino a Igumenitsa, di fronte a Corfù. Proposi di visitare Giannina, 50 km più a nord, al confine con l’Albania. Giannina, città carneade, che qualcuno forse ricorda perché citata nel Conte di Montecristo di Dumas. Dissi al mio amico Mario: “Giannina era l’obiettivo da raggiungere durante l’attacco italiano alla Grecia nel 1940. Quel che successe allora, qualcuno forse lo ricorda, ma pochi davvero lo rammentano. La Julia, avanguardia dell’offensiva italiana, annunciata da smargiassate tipo: “spezzeremo le reni alla Grecia”, e guidata da alti comandi che ricordano la competenza dei comandanti di oggi, giunse dalle montagne dell’Epiro a pochi km da Giannina. Si girò per aspettare i rinforzi pianificati per prendere la città, ma era sola. Quandos e ne accorse fu costretta a ritirarsi. Una famosa e triste canzone ne ricorda il tragico sacrificio (sul ponte di perati bandiera nera…). Anche lì, su un torrente di montagna, la Vojussa, iniziò una tragedia frutto di incompetenza e presunzione, che portò a un immane disastro. certo, la vicenda Bitto per fortuna non è così tragica, ma l’analogia tra torrenti di montagna c’è, ed è chiara… Anche noi arrivammo a Giannina, ma dalla parte opposta, dal mare, parcheggiammo per chiedere informazioni. Un’anziana signora, vedendo le targhe italiane, si avvicinò e prima di darci le informazioni, ci indicò la montagna: “da lassù scendeva la Julia…”. I miei amici, sorpresi, am memori delle mie parole, si girarono verso di me meravigliati che questa storia fosse più famosa in Grecia di Prada, Juve o Sanremo. 

Fallire gli obiettivi per incompetenza e presunzione, percependo stipendi immeritati, senza mai rispondere, è qualcosa che non potremo più permetterci, nel dopo Covid. Non basterà più la consolazione di essere penultimi tra i paese europei, dato che ultima è sempre la Grecia. Ricordiamoci del Vojussa, perché i Greci possono ancora farci retrocedere all’ultimo posto

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